Nodo: Il sibilo della porta che si sblocca taglia l’aria più di qualsiasi parola. Matt resta un mezzo passo indietro, lasciando che Cath sia la prima cosa che Adrian vede. Nel mentre ascolta le parole di Eliot sul da farsi, annuendo si tanto in tanto. Quando Adrian esce, Matt gli si piazza di lato, non davanti. Spalle basse, palmi aperti, voce bassa e la visiera in mano. - Ehi. Sei vivo. - si limita a dirgli. Un’occhiata rapida a Cath, che lo sta già riportando a terra. - Coulson ci ha detto due cose utili - aggiunge, parlando sia con Eliot che con gli altri - Quindi adesso l’unica cosa intelligente è non fare mosse a caldo. - Si tocca il palmo bruciato con il pollice, come per ricordarsi il prezzo pagato sul tetto. Poi, senza teatralità, fa un cenno verso la stanza - Riposiamoci, prima ci rimettiamo in piedi, poi ci facciamo spiegare Helix. - Procedura o no, il corpo reclama. Fa mezzo passo indietro, prende spazio. Non serve aggiungere altro. Il resto verrà dopo.||
Siphyrion: S.H.I.E.L.D. Non risponde alle parole del direttore, resta in silenzio per tutto il tempo. Infila nuovamente il guanto per ridurre la superficie di pelle esposta e osserva con serietà le pareti ad alveare che li circondano. Solo quando Coulson avrà lasciato la stanza romperà il silenzio, sollevando lo sguardo in cerca di telecamere che sicuramente saranno nascoste da qualche parte, a spiarli. - Credo che la cosa più saggia da fare ora sia stare al gioco. - Sentenzia storcendo le labbra con evidente disappunto. - Non sò se quello che dice sia vero o meno, ma sta di fatto che per il momento non possiamo uscire. Se non ci sta riempiendo di fesserie, può essere che incontreremo altra gente che viene da mondi differenti, magari anche qualcuno del nostro. Se dovessero arrivare, significherebbe che esiste ancora, e quindi c'è speranza di tornare. - Andrebbe lentamente a rimettersi in piedi, avvicinandosi ad una di quelle pareti per osservarla meglio da vicino. - Quelli del Sanctum stavano studiando questo fenomeno da molto tempo, giusto? - Chiederebbe rivolto a Matt e Catherine. - Magari c'è un Sanctum anche in questo mondo e stanno facendo lo stesso. Se non altro non siamo finiti nel mondo dei Jawa, o in quello delle bestie nel bowling. - Magra consolazione, ma infondo è già qualcosa. - Per ora facciamo come dice. Riposiamo e aspettiamo di vedere questo "progetto Helix". Se non altro questo posto sembra pulito e comodo. Sicuro è meglio della mia tana. - Così dicendo si allontanerebbe dalla parete per cercare un punto in cui sedersi, lasciando che il suo [fattore rigenerante] si prenda cura di lui. //Exit
Coulson risponde a Eliot senza offendersi per il “Men in Black”. Al massimo, l’angolo della bocca si muove di un millimetro. - Se ti fa stare meglio chiamarci così, fai pure. La differenza è che noi non cancelliamo memorie: cataloghiamo disastri prima che diventino epidemie. - Alla domanda RAFT/Divisione Zero, taglia corto. - Non siete nel RAFT. Se foste in una struttura di detenzione, non avreste scelta, non avreste margini, e soprattutto non avreste ancora accesso alle vostre capacità. Questa stanza contiene eventi, non persone. - E quando Eliot fa le virgolette su “controlli”, Coulson non addolcisce ma mette i paletti. - Non mi piace la parola quanto a te. Ma non è un interrogatorio: è un triage. Dobbiamo capire se state bene e se è tutto nella norma. E' un qualcosa tanto per noi, quanto per voi. - Coulson osserva Vesper appoggiarsi al muro, l’auricolare in mano, e non prova a “sistemarla” con parole buone. - Non vi chiederò di far finta che non sia così - Coulson non fa il superiore, ma mette un limite pratico, come uno che sa cosa succede se la rabbia diventa gesto. - Lo apriremo. - risponde. - Ma non perché lo ordini. Perché è la procedura giusta e perché vuoi vederlo con i tuoi occhi. - Fa una pausa minima, poi aggiunge l’unica informazione che conta davvero. Coulson incassa le domande di Nodo senza interromperlo. Quando finisce, annuisce una volta sola, come a dire sono quelle giuste. - “Ceduto” non vuol dire che avete fallito. - chiarisce subito. - Vuol dire che la vostra realtà ha perso stabilità abbastanza da non potervi tenere lì mentre succedeva. Il Sanctum non l’ho visto sparire davanti ai miei occhi. Non posso dirti “è cancellato”. - Fa una pausa breve, onesta. - Quello che posso dirti è questo: non abbiamo certezza che il vostro mondo non esista più. Potrebbe essere ancora là. Potrebbe essere irraggiungibile. Potrebbe essere… in una fase in cui le coordinate non combaciano più. - -lla parola “Strange” gli occhi di Coulson si muovono appena, come se stesse mettendo un nome su un dossier. - Se gli Stregoni hanno chiuso la frattura o se l’hanno solo rallentata, non lo so. Non ancora. E non te lo vendo come se lo sapessi. Solo il tempo — e i dati — ce lo diranno. - Nodo chiede dei ritorni. Coulson non addolcisce. - Vent’anni di arrivi: sì. E sì, c’è sempre qualcuno che prova a tornare subito. - Un mezzo respiro. - Nella migliore delle ipotesi non funziona. Nella peggiore… muoiono nel tentativo. Perché forzare un rientro senza una mappa stabile è come buttarsi in mare durante una tempesta sperando di trovare lo stesso molo. - Indica con un cenno minimo qualcosa che non è ancora visibile ma che è già “procedura”. - I bracciali Helix che diamo a chi arriva da un altro mondo servono anche a questo: a monitorare lo stato di salute di chi lo indossa. E finora, per chi ha provato a ritornare nel suo mondo… i risultati sono stati negativi. I casi che ci risultano riusciti, se esistono, non sono arrivati da noi… e non li abbiamo potuti verificare. - Il modulo trasparente scorre, il pugno metallico vibra nel vetro. Coulson non si gira di scatto, ma registra l’evento come un promemoria. - Quindi no, non avete fallito. - ripete, più fermo. - Siete vivi. Siete arrivati interi. Questo, in un collasso, è già un risultato. Il resto… lo scopriremo con metodo. - E poi fa ciò che aveva promesso fin dall’inizio: non resta a occupare la stanza. - Ora occupatevi di lui. - dice, lasciando a voi lo spazio davanti al vetro. - Io preparo la parte che non vi piacerà: Helix, controlli e una spiegazione completa. Riposate intanto - Si allontana lungo la parete esagonale e sparisce oltre un porta a scomparsa. Solo allora, il modulo si sblocca. La porta si apre con un sibilo breve e controllato. Dietro il vetro, un Adrian malconcio — ma ancora vivo — sta ancora imprecando a voce alta. Poi vede Catherine, e per un istante il mondo perde importanza. Sarà tempo di rassembrare i pensieri e capire cosa fare, una volta recuperate le forze. [//END - grazie a tutti!]
Nodo: Alle parole di Coulson il mondo gli cade addosso. Matt non fa una piega, ma sente un vuoto nello stomaco più forte del dolore ai palmi. Quello che sta succedendo non il loro solito caos, ma qualcosa di più definitivo, un interruttore che si spegne. Rimane in piedi, spalle basse, la visiera appena inclinata. Cath è un coltello a un passo dall’uomo, Matt non interviene, - Terra… 617 - ripete Nodo piano, come se assaggiasse il numero. Poi alza lo sguardo su Coulson, e non lo molla. - Dimmi una cosa, “ceduto” vuol dire che abbiamo fallito? Che il Sanctum è… sparito? Che il nostro mondo… - non conclude la frase. - O è rimasto là, ma irraggiungibile? Il punto d’ancoraggio potrebbe ancora esistere da qualche parte. Magari Strange… - continua più per sé stesso che per gli altri nella stanza. Le dita guantate si aprono e si chiudono, controllando che la mano continui a rispondere. - Vent’anni di arrivi… - il tono resta basso - Quanti hanno provato a tornare e sono morti? E siete certi che nessuno ci sia riuscito? - Il modulo trasparente scorre e il pugno metallico contro il vetro fa vibrare qualcosa nello sterno, più che nell’aria. Matt si volta di colpo, di Adrian è lì, in una gabbia di vetro e protocolli. Solo allora, Matt si gira verso il vetro. Si avvicina per assicurarsi che Adrian stia bene e che Cath si sia calmata.
Vesper Qualcuno ha deciso di staccarle la spina, in modo violento, senza avvisarla o dirle come sarebbe stato, mentre la voragine si dilata e diventa una ocsa viva, fredda, al centro del petto. La rabbia non evapora, ma si trasforma- A pezzi... -ha un tono basso, nessuna inflessione ed il verde degli occhi perde qualsiasi sfumatura, fissa Philip come se fosse il punto in una stanza, il disegno sulla tappezzeria, che le ha appena detto che non può tornare indietro. Il cuore inizia a rallentare il battito, l'udito sente e la mente si perde in un battito di ciglia. Si sfila l'auricolare, si ritira verso il muro e ci poggia le spalle, ma non è calma, non sembra nemmeno qualcosa di vivo nella stanza, laddove le parole dell'altro si incastrano. Hanno senso? Non par importarle molto, la sua curiosità si è gradualmente spenta, ma dona ad Eliot e Matt la possibilità di esistere in quello spazio e capirlo. Il dolore è l'unica cosa che l'accompagna, ora pulsa più violento, accorciandole il respiro, mordendole la caviglia. Non reagisce al rumore, si volta in modo pigro, quasi lento fin quando non lo vede. Sembra lo stoppino di una candela che si accende, gli occhi tornano brillanti, i colori presenti e zoppica verso quel pannello, poggiandoci le mani, come se fosse qualcosa di prezioso, anche se sembra un'entità demoniaca- Aprite -dice con voce secca, rabbiosa, come se stesse registrando il suo stesso suono, mentre la ragione prende spazio nella sua persona, eppure il cuore batte rapidamente, lasciando che lo sguardo resti fisso su Adrian, tirando su col naso e comprimendo la bocca, cercando insensatamente una breccia
Siphyrion: S.H.I.E.L.D. Rimane in silenzio cercando di assimilare tutto il racconto di Coulson, spostando lo sguardo da lui a Catherine, felice solo che i suoi piccoli furtarelli non lo abbiano condannato. Non ancora al momento. - Quindi lo S.H.I.E.L.D. qui esiste ancora e si è trasformato nei "Man In Black" degli alieni transdimensionali? - Andrebbe a chiedere mentre le mani lentamente verrebbero sollevate e portate a sganciare il casco, sfilandolo lentamente e prendendo una grossa boccata d'aria. - Ah, così va meglio... - Commenta mostrando i capelli scompigliati e quel volto privo di occhiali, dal momento che ha sostituito le lenti del casco con apposite lenti graduate. - Come facciamo ad essere sicuri che non è un trucco della Divisione Zero e che non ci troviamo nel RAFT, o in chissà quale altra struttura di detenzione per superumani? - Domanda più che legittima la sua. Lo sguardo verrebbe quindi spostato su quella cella che compare dal nulla dalla parete, mostrando l'inconfondibile braccio metallico di Adrian. Storce le labbra vedendo l'amico, sperava che almeno lui si fosse salvato da quell'aurora divora mondi. - Non mi piace molto la gente che fa "controlli". - L'ultima parola viene accompagnata dal disegno di virgolette nell'aria con l'indice e il medio di entrambe le mani. - Ma immagino che non abbiamo scelta no? - Chiederebbe spostando lo sguardo sulla propria mano destra. Vuole vedere se le sue vene pulsano ancora di azzurro, un modo molto semplice per capire se in quella stanza c'è un qualche dispositivo in gradi di bloccare i loro poteri, compreso il suo [Fattore rigenerante] che in normali condizioni dovrebbe essere ancora al lavoro per sanargli le ferite causate da quel viaggio burrascoso. Siphyrion tira su Logica: 19
Siphyrion si tira su a sedere con un gemito trattenuto, il casco ancora addosso, e prova a fare l’unica cosa che gli resta familiare: metterci ironia. La battuta sulla reception e sull’inferno scivola nell’aria bianca e pulita della stanza come una moneta lanciata per sentire se fa eco. L’uomo in abito scuro lo guarda un secondo di troppo — non con fastidio, ma come si guarda qualcuno che sta cercando di non crollare. - Se fossi il diavolo - risponde, asciutto - ti garantisco che non sprecherei un posto così costoso per delle barrette - Poi inclina appena la testa, quasi un mezzo sorriso. La Persuasione di Eliot non “apre porte”: non ottiene confessioni, non strappa dettagli. Ottiene solo questo: l’uomo non si irrigidisce, resta su un registro umano, gestibile. Ma Vesper non ha nessuna intenzione di “gestire”. Si alza zoppicando, la maschera strappata via, e lo spazio tra lei e quell’uomo diventa troppo corto troppo in fretta. Lo spintone cerca il suo torace, rabbia pura, dolore e assenza che diventano gesto. L’uomo non reagisce con forza. Fa mezzo passo per assorbire l’urto, mani aperte, visibili — non per arrendersi, ma per non trasformare la stanza in una scena di contenimento. - Non sto sorridendo. - dice piano, e stavolta non c’è ironia. - Sto cercando di non farvi andare a pezzi - Vesper gli punta addosso tutto, coem se fosse lui la causa di tutto. Lui la guarda dritta, finalmente serio fino in fondo. - Capito. - Una parola sola. Poi, senza frasi consolatorie: - Quello che vuoi non è fattibile. Non posso premere un tasto e riportarti a dov'eri “prima”. - La pausa successiva è breve, ma intenzionale. Serve a farle capire che non sta evitando: sta scegliendo quanto dire senza mentire. L’uomo lascia che la rabbia di Vesper gli passi addosso senza reagire con forza. Un mezzo passo per assorbire, mani aperte. Poi guarda Nodo — perché è lui che ha fatto la domanda nel modo “giusto” — e annuisce appena. - Va bene. Niente giri di parole. - Si presenta come se stesse consegnando un badge. - Philip J. Coulson. - Una pausa minima, giusto per far sedimentare il nome. - Direttore dello S.H.I.E.L.D. qui. E… - l’angolo della bocca accenna qualcosa che non è un sorriso - …comitato di benvenuto, a quanto pare. - Indica con un gesto breve le pareti esagonali. - Questa è una stanza di contenimento. Non una cella. Se foste prigionieri, credetemi, non avreste né scarpe né scelta. - Poi arriva al punto che ti serve davvero. Quello che è successo al Sanctum non è “un attacco” come lo intendete voi. È stato un collasso. - Usa la parola come se fosse un termine tecnico usato troppo spesso. - Il vostro mondo— la vostra realtà — ha ceduto durante il tentativo di stabilizzazione. La distorsione non vi ha uccisi… vi ha spostati. - Alza gli occhi verso di voi, uno per uno, come se stesse facendo l’appello di qualcosa di molto più grande. - Benvenuti su Terra-617. - Non lo dice con trionfo. Lo dice con la stanchezza di chi ha già visto il panico che arriva subito dopo. - E prima che qualcuno lo chieda: no, non potete semplicemente “tornare indietro”. Non senza che moriate nell'intento. - Vesper è ancora un coltello. Coulson non prova a smussarla, prova a darle un appiglio che non sia distruttivo. - Non siete prigionieri. - ripete, più chiaro, più duro. - Siete… soggetti fuori-contesto. Ospiti dimensionali. Elementi che non appartengono a questa realtà e che possono destabilizzarla anche senza volerlo. Per questo siete qui. Per questo io sono qui. - Una pausa - Da circa vent’anni gestiamo arrivi come il vostro. - aggiunge. - A volte sono uno. A volte sono cento. A volte arrivano pezzi di mondo insieme alle persone. E ogni volta le prime due cose che facciamo sono: uno, assicurarci che siate vivi. Due, assicurarci che il vostro arrivo non faccia collassare anche il nostro. - Altra pausa, mentre li osserva a uno a uno - Il passo successivo si chiama progetto Helix. - dice, e qui torna quel tono pratico che somiglia quasi a un briefing. - È il modo con cui vi rendiamo compatibili con questa Terra: documenti, identità di copertura, agganci sanitari e… - un mezzo sguardo alle ferite, al sangue, alle condizioni - …un controllo per capire se vi siete portati dietro qualcosa che non deve restare libero. - Si ferma, perché sa qual è la domanda vera e la anticipa. - E sì: se collaborate, avrete accesso alle informazioni che vi servono. E alle risorse che vi servono. Perché il vostro mondo è collassato… - la frase scende di tono - …e se siete qui, vuol dire che la distorsione non ha finito di lavorare. - Un sibilo controllato corre lungo le linee esagonali, come un sistema che completa una procedura. Coulson inclina la testa. - Ah. - dice piano. - …tempismo perfetto. - Come se la stanza stessa avesse deciso di confermarlo, una sezione del muro si anima: un modulo trasparente scorre fuori, sigillato, guarnizioni e vetro spesso, schermato, che probabilmente fa vedere da fuori verso dentro ma non viceversa. Dentro c’è una figura corpulenta. E quando si muove, un pugno metallico che si abbatte sul vetro non lascia nemmeno una crepa — lascia solo un colpo sordo, rabbioso, vivo. Alla quale ne seguono altre insieme a delle imprecazioni molto poco eleganti. - Se permettete… Vi lascio riposare. Troverete un bagno, e dei letti, abiti puliti per cambiarvi e qualcosa da mangiare in frigo. - Accenna a tutto, appena, con il mento. - Ma lui - indica il modulo di contenimento in cui c'è Adrian. - E' meglio se lo calmate voi. - Se quindi non venisse fermato, si avvierebbe verso l'unica porta di uscita.
Nodo: Matt ha appena il tempo di chiedere spiegazioni, poi più nulla, solo il dolore alla mano prima di sentirsi trascinato via. Quando riapre gli occhi vede solo bianco, accompagnato da un sapore sgradevole in bocca, come metallo e polvere. Quando la vista rientra a scatti, Nodo è già in movimento, non in piedi di scatto, non abbastanza da sembrare aggressivo, ma abbastanza da non restare a terra un secondo di troppo. Un ginocchio sotto, un piede piantato, la mano bruciata che smette di cercare appigli. Le linee ambrate sul petto pulsano ancora, in ritardo di un battito rispetto al cuore. Nonostante l'ordine e la pulizia la stanza gli appare sbagliata, senza un angolo che dia conforto. Matt fa una scansione rapida, pareti, soffitto, pavimento, vie d’uscita, punti d’ombra. Poi si concentra sull’uomo, troppo rilassato, come se fosse a casa sua. Nodo si rialza in piedi, rimanendo sull'attenti. Quando parla, la battuta gli scivola addosso senza attecchire. Matt sente ancora nelle ossa la trazione subita, stringe e riapre più volte le dita, ignorando la fitta ai palmi. Si assicura della presenza degli altri, facendo la conta di chi c'è e chi manca. La voce, quando esce, è roca ma stabile. - Dove siamo? - Gli occhi dietro la visiera restano fissi sull’uomo, ma l’attenzione è altrove, movimenti delle spalle, mani vuote, postura. - E cosa è successo al Sanctum. - chiede con risolutezza, dopo aver constatato che almeno Cath e Eliot sono lì con lui. Nodo tira su Ego: 13
Vesper: Il dolore lo sente, il ginocchio che viene strattonato, il brivido che risale lungo l'arto, eppure c'è qualcosa che diluisce tutto, mentre le bande vengono prodotte, ma con minimo sforzo pratico, non è un arrendersi è un aver perso un senso. L'impatto con il pavimento le spezza il respiro, la schiena che trova un sostegno lo sguardo verso il nulla, perché il dolore ha annebbiato, ma è il silenzio a scavare la fossa. Le mani salgono al viso, i palmi che comprimono i bulbi oculari quando sente la voce di Eliot, come se volesse estirpare qualcosa alla radice, quella voragine che sta dilaniando e mordendo, piùd i quanto fa il frattale. Tutto si sposta, muta, cambia e lei non vede niente, la sua realtà è terminata molti istanti prima, quando non ha ricevuto risposta. Quel "Okay" detto in quel modo è un disturbo di frequenza che la port a scostare le mani e sollevare il busto in un gesto meccanico, quasi chirurgico. Il "benvenuti" dopo quello che hanno perso è la bomba nella stanza, nel suo petto risuona un lamento funebre che si concretizza quando si solleva, andando incontro alla figura, zoppicante e con il fiato corto. La prudenza, la diplomazia, persino la sua logica sono andate via- Che cazzo sorridi, dov'è? -il tono ha un crescendo di rabbia che andrebbe ad impattarsi quando CERCA di spintonare la figura sul torace- Dove cazzo è... -nemmeno riesce a pronunciare il suo nome ad alta voce, mentre si guarda intorno, strappandosi la maschera, troppo soffocante, troppo inutile ora, registrando il luogo, l'anomalia, Matt e poi Eliot su cui punta gli occhi lucidi, un secondo in cui resta quasi in stasi, mentre si volta verso quella persona- Non mi importa di chi sei, cosa sei, dove sono e delle tue risposte, riportami indietro, ORA -lo dice con una convinzione così granitica mentre punta il dito sul pavimento.
Siphyrion: Dolore, sangue. Il costume che si lacera, così come pure il corpo che c'è sotto. I lembi di pelle ora scoperti mostrano il bagliore azzurro delle vene del mutante mentre il suo [Fattore rigenerante] entra in azione per cercare di sanare quelle ferite. - Ah... Resistete!! Completate quel rituale!! - Cerca di insistere, aggrappandosi fisicamente e spiritualmente a quel mondo che ora sembra essere ormai giunto alla fine. La spinta gli da un po' di speranza, ma dura poco. La gravità è più forte e vince, facendolo sprofondare nell'oblio. - Ci ho provato... Scusate... - Queste le ultime parole che Eliot pronuncerebbe ai suoi compagni attraverso il trasmettitore inserito nel suo casco, per poi arrendersi all'inevitabile fine mentre l'oscurità si chiude attorno a lui. Ed è così che finisce, in silenzio, come è cominciata... Gl'occhi si riaprono e il panorama attorno a lui è cambiato. Una parete nera ad alveare, un uomo elegante e tranquillo in piedi davanti a lui. Eliot si osserverebbe attorno, cercherebbe con lo sguardo i proprio compagni prima di mettersi a sedere, tornando ad osservare il volto di quell'uomo. - Quindi... - Comincerebbe a dire con fare confuso. La voce resa metallica e profonda dal casco che ancora gli cela il volto. - Siamo tipo in paradiso e tu sei l'addetto alla reception? - Il tono potrebbe sembrare sarcastico, ma in realtà è un ipotesi che stà realmente valutando stando all'eleganza e l'ordine di quel posto. Lo sguardo però indugia ancora qualche istante sul colore di quelle pareti che li circondano, in tinta con l'abito scuro dell'uomo. - Oh no, non sarà l'inferno vero? Se è per quelle barrette al caramello che ogni tanto fregavo al 24/7, mi sembra una pena esagerata! Penso di aver fatto qualcosa di buono per compensare, no? - Chiederebbe sempre rivolto all'uomo, cercando forse un modo di patteggiare con il diavolo. Siphyrion tira su Ego: 12
Il rombo sotto i piedi cambia ancora: da vibrazione diventa trazione. I filamenti piantati sulla città tirano tutti insieme, come cavi che improvvisamente hanno trovato un verricello. Il Sanctum non crolla — ma geme nelle fondamenta, e il tetto si comporta come il ponte di una nave in tempesta. Wong urla qualcosa che non arriva fino in fondo, inghiottito dal frastuono. Strange tiene la pietra d’ossidiana come se stesse trattenendo un’intera costellazione tra le dita. Il rituale si attiva davvero: i tre obelischi pulsano nello stesso battito, il cerchio si illumina a ondate regolari, e la cupola d’aria attorno al tetto prova a chiudersi. Per un istante sembra che l’Equilibrio stia vincendo: la luce corre nelle rune come sangue in una vena. Poi i filamenti tirano più forte. [Siphyrion] va ancora peggio. Lo senti prima che lo vedi: un passo che manca, il piede che non trova più attrito dove dovrebbe, come se il tetto fosse diventato improvvisamente liscio e inclinato. Scivola, urta con una spalla, il cappotto bianco che si apre in modo ridicolo e fuori luogo — e finisce a terra quasi di traverso rispetto al cerchio, con quel mezzo secondo di “ok, no, non era così” che dura più di quanto dovrebbe. [-25PV - danni da contusione, graffi ed abrasioni] La spinta inversa esplode dal palmo come un propulsore improvvisato: un fascio di pura forza che cerca di “comprare attrito” dove attrito non esiste più. Per un istante sembra persino funzionare — il corpo arretra di mezzo centimetro invece che di mezzo metro, il cappotto si tende all’indietro, la suola gratta la pietra incisa. Poi il mondo tira più forte. La spinta di Eliot diventa un gesto eroico e inutile nello stesso battito. L’energia gli strappa un gemito dal petto, gli vibra nelle braccia fino alle spalle, e l’urto lo prende come se qualcuno gli avesse dato una spallata dall’interno. Finisce a terra con un colpo secco, il fiato che gli salta in gola. La maschera gli rimbalza leggermente sul viso, un secondo di buio ai bordi della vista, e una scia di dolore gli corre lungo il fianco e la schiena: contusione piena, da impatto. [-12PV] Il cerchio sotto di lui si illumina fino a bruciare il bianco. I filamenti nel cielo diventano una rete che si tende. [Vesper] prova a piantarsi, a restare in asse — ma il mondo le scivola sotto. Il primo colpo la prende alle gambe e le porta via il baricentro: finisce a terra con il fiato tagliato, stivali che strisciano sulla pietra incisa. Un secondo strappo la trascina di qualche centimetro, abbastanza da farle capire che non è “vento”: è la realtà che prova a spostarla. [-5PV - contusione leggera al ginocchio sinistro] Le Bande cremisi scivolano fuori da lei quasi senza che se ne accorga, come un riflesso di sopravvivenza: serpeggiano sul pavimento, cercano una fessura, un bordo, un punto in cui incunearsi. Per un istante sembra che trovino presa — una delle maglie si tende, vibra, come una corda sotto carico. Ma il pavimento non è più solo pietra. È un confine che sta scivolando. Il “gancio” cede come se fosse stato piantato nella sabbia: le bande stridono contro la superficie, lasciano una scia rossa e opaca sul bianco delle rune, e quel contraccolpo le torna addosso tutto insieme. Vesper viene tirata di lato con un colpo secco, il corpo che sbatte e rimbalza sul tetto: un dolore pieno le prende la schiena e le costole, una fitta che toglie il fiato e fa diventare il panico una cosa fisica per mezzo secondo. [-25 PV - una costola incrinata, contusioni e abrasioni sparse] La luce sale ancora. Troppo. Il verde dell’aurora si spezza in bianco totale, feroce, e le pupille non riescono a trovare un punto su cui mettere a fuoco. L’auricolare le restituisce solo statico e nulla — e quel nulla, per lei, è peggio delle urla. Nessuna risposta. Quando urla l’insulto, la voce le esce… ma non le torna indietro. È come parlare in una stanza imbottita, come se anche il suono fosse stato inghiottito dalla stessa cosa che sta tirando la città. [Nodo] invece resta in piedi. Non perché sia facile: perché lo fa nel modo giusto. Baricentro basso, peso avanti, una gamba che cede e poi recupera. Sembra un equilibrista che sta decidendo di non cadere per principio. Per un attimo è l’unico punto umano che non viene trascinato. Ma anche restare in piedi non basta. Le legature scattano come riflessi nell’aria e per un attimo fanno esattamente quello che devono: ringhiera e basamento prendono carico, la forza si distribuisce, il corpo di Nodo resta in verticale mentre tutto il resto cerca di diventare orizzontale. Per un battito sembra che l’abbia domata. Poi la trazione cambia “marcia”. Non aumenta soltanto: si raddrizza, come se avesse trovato un punto d’aggancio migliore sull’intera città. Le linee tirano di colpo e i polsi di Matt prendono il contraccolpo pieno: dolore secco, elettrico, su per le spalle, e uno dei punti di presa cede con un clang che non è suono — è vibrazione nelle ossa. Nodo non cade. Ma perde terreno. Viene trascinato di mezzo metro, suole che stridono sulla pietra, il bordo del cerchio che gli scava nel guanto mentre cerca di non spezzare il ritmo. [-5PV bruciature ai palmi delle mani] Le legature si tendono fino al limite, una si spezza e l’altra resta appena, abbastanza da non farlo finire a terra… non abbastanza da fermare lo strappo. Quando urla il nome di Strange, la voce gli esce — ma non gli torna indietro. Il mondo sta già togliendo suono e colore. La luce si impenna. Bianco totale. [TUTTI] È come se qualcuno avesse afferrato Manhattan e l’avesse scossa per “staccarla” da un gancio. La luce del cerchio sale, sale ancora — non più verde, non più oro: bianca, totale, feroce. La vista si spezza in un’unica lastra di chiarore che brucia le pupille. E subito dopo… il silenzio. Non perché non ci sono suoni. Silenzio come se vi avessero tolto anche quello. Come se, insieme alla luce, vi avessero spento l’udito. Bocca aperta, fiato che c’è ma non fa rumore. Il corpo che urla “caduta” e il mondo che non risponde. Poi, lentamente, tutto scema. Prima torna una sensazione: il pavimento. Freddo, liscio, perfettamente stabile. Poi la vista rientra a frammenti, come una camera che ritrova il fuoco. Poi, a strati, anche i suoni: un ronzio lontano, un respiro, un passo. Non siete più sul tetto. Siete in una stanza ampia, dalle pareti bianche, attraversate ovunque da forme esagonali ripetute, incastrate come un alveare geometrico. E lì, ad aspettarvi, c’è un uomo. Alto, postura rilassata come se non avesse appena assistito a un evento che ha piegato la realtà. Vestito scuro, un’aria fin troppo tranquilla per essere rassicurante. Vi guarda un secondo — giusto il tempo di contare quanti siete, e in che stato — poi solleva appena le mani, vuote, in un gesto che finge innocenza. Un mezzo sorriso gli piega la bocca, familiare anche se non lo è. - Okay. - dice, con quel tono ironico che sembra una battuta detta nel posto sbagliato. - Questa è la parte in cui voi fate domande… e io faccio finta di avere tutte le risposte. - Fa un passo avanti, senza fretta. - Benvenuti. E… mi dispiace per il viaggio. New York non è famosa per la delicatezza. -
Nodo: Il pavimento inizia a tremare come se Manhattan venisse tirata. Nodo sente la trazione attraversargli il corpo prima ancora di capire da dove venga, la pietra vibra sotto alle suole, gemendo sotto il cerchio inciso. Per un attimo il mondo prova a “scegliere” e gli occhi gli restituiscono uno skyline che non combacia, stelle fuori posto. Poi tutto torna addosso in forma di forza pura, orizzontale. Matt non prova a correre, sarebbe come correre su un nastro trasportatore. Si abbassa di colpo, ginocchia piegate, e ruota il busto in modo da offrire meno superficie al vento. Il cappotto schiocca, le linee ambrate del costume si accendono a impulsi rapidi, come una mappa cardiaca. Con una mano guantata si aggrappa all’incisione del cerchio senza spezzarne il ritmo, non palmo pieno sulle rune, ma presa sul bordo nudo, dove la pietra è solo pietra. Con l’altra “chiama” i suoi fili: non un portale, non un taglio nello spazio, ma legature sottili che scattano fuori come riflessi nell’aria e si ancorano in due punti solidi — ringhiera e basamento laterale — tirando per stabilizzarlo. È un lavoro brutale e preciso insieme, Nodo trasforma il suo stesso equilibrio in un nodo chiuso. Stringe, blocca, scarica la forza lungo le linee come se stesse distribuendo il peso su più appigli. Il dolore gli corre su polsi e spalle, ma resta in piedi, quasi immobile, mentre il tetto continua a vibrare. Nell’auricolare passa lo statico e poi la voce stretta di Adrian; Matt non risponde, si limita a serrare i denti e a tenere. In quel momento, la sua unica scelta è non cedere di un centimetro. - Strange! - urla cercando di farsi sentire nella confusione - Che succede? E come lo fermiamo? - Nodo tira su Ego: 13
Vesper: Il cuore pulsa, diventa un organo che da passivo le sta sfondando il torace, mentre il respiro si condensa in getti troppo caldi e la lingua percepisce qualcosa di leggero, piccole bolle che ne determinano un lievissimo attacco di ...panico, che lei tiene sotto controllo stringendo la mandibola. Sente ancora qualcosa- Equilibrio e accordo, nella mia mente...significa qualcosa? -lo dice ad alta voce, vicino a Strange che la guarda quando riesce a salvarlo, sentendo gli arti pesanti e doloranti, le gambe che tremano- Sì -di tenerli distanti, mentre lo fissa un momento, forse di troppo, come se stesse valutando qualcosa. Si volta quando sente il cambiamento, suoni, rumori, luci e quel respiro che lei trattiene quando sente l'inevitabile scivolarle addosso come se fosse una coperta lercia. Il mantello che le graffia la figura, lo sguardo che vede la sua città distrutta e nel tentativo di stabilizzare la figura finisce con il culo per terra. Niente grazia, ma un dolore che le risale come una scossa sulla schiena, mentre guarda l'orrore manifesto di quello che stanno combattendo. Segue con lo sguardo dei filamenti, il cuore perde una serie di battiti, il panico le passa negli occhi, per la prima volta, mentre si porta la mano all'auricolare come se fosse un aggancio a qualcosa che sente più fisico del resto- Adrian? -il silenzio, il cuore che pulsa, il corpo che cerca di sollevarsi- Brutto cretino, RISPONDI -la sua voce si solleva, l'insulto scivola denso, mentre Wong le dice di tenersi e lei non sente molto intorno. Non sembra disorientata, ma dispersa in qualcosa, mentre comprime la mandibola e allunga quelle bande che scivolano in modo quasi assente da lei, serpeggiano nel terreno fino a cercare un insenatura per conficcarsi incunearsi e tenerla agganciata a questo mondo. Vesper tira su Ego: 7
Siphyrion: Incespica, scivola, ma alla fine riesce a trovare stabilità, quella che basta per bloccare il colpo. Con le mani ancora sollevate, volterebbe appena il capo per osservare l'adepto dietro di lui. - Tutto bene? - Chiederebbe, per poi correggersi con un - No! Non rispondere, non distrarti, scusa se ho chiesto! - Insomma, non si sente molto a suo agio, non sa bene come comportarsi e di certo non vuole che il mondo finisca perchè chi doveva tenerlo insieme ha risposto ad una sua stupida domanda. Ruotando nuovamente il capo nota anche il cenno di Wong, al quale risponde con un sorriso nervoso che tanto l'altro non potrà vedere per via del casco. Di colpo però ecco che la terra comincia a tremare. Con la postura già traballante di prima, Eliot finisce con il sedere a terra prima ancora di rendersi conto di cosa sta succedendo. - No!! Tenetevi!! - Cerccherebbe di avvisare chiunque sia in grado di sentirlo, quasi nello stesso momento in cui anche la voce di Wong impartisce lo stesso consiglio. Lo sguardo verrebbe diretto verso il cielo, vedendo qui filamenti cambiare bersaglio, decidendo di far piovere l'apocalisse sull'intera città. Immagini di altre realtà si specchiano sulle finestre e su qualunque superficie riflettente del Greenwich Village. Istintivamente la mano destra cercherebbe di reggersi ad un qualunque appiglio possa esserci nelle vicinanze, sul pavimento attorno a lui, mentre la sinistra verrebbe puntata nella direzione da cui arriva la forza che lo trascina. Un fascio di pura Forza verrebbe rilasciato al massimo della propria potenza cercando di fare da propulsore, un po' come i guanti dell'armatura di Iron-man. Cercherebbe quindi di generare una spinta inversa con l'uso del proprio potere che possa spingerlo nella direzione opposta per permettergli di resistere e non farsi trascinare nel vuoto. Siphyrion tira su Ego: 12 Nodo tira su Agilità: 15 Vesper tira su Agilità: 13 Siphyrion tira su Agilità: 6
[Siphyrion] La voce di Adrian risuona bassa, quasi si potrebbe immaginare la sua immagine accigliata. - Non ho detto niente. E se l’hai sentito in testa… Non è niente di buono - Il filamento scende come una frusta di luce e gelo, puntato dritto sull’adepto inginocchiato. Il movimento dopo è istinto puro: si lancia di lato, il cappotto bianco che sventola come una bandiera fuori contesto, e nel farlo quasi perde l’appoggio sul bordo del cerchio — un mezzo scivolone, un piede che gratta sulla pietra incisa, la postura che dice chiaramente “non era così che volevo farlo”. Ma proprio quel mezzo errore gli dà la traiettoria giusta. Le mani si alzano di scatto e l’energia gli risale lungo le braccia come adrenalina. Non la “plasma” con eleganza: la schiaccia fuori, la costringe a prendere forma. Un muro traslucido, grande abbastanza per coprire lui e l’adepto alle sue spalle, scatta in posizione con un suono secco — come un parabrezza che si materializza dal nulla. Il filamento impatta. La barriera vibra, si increspa a onde concentriche, come se fosse fatta d’acqua dura. Il colpo non passa, ma lo spinge indietro di mezzo passo: Eliot regge, sforzandosi di non finire con la faccia sul cerchio, e si sente per un battito il rumore del suo stivale che “striscia” sulla pietra mentre si pianta meglio. L’adepto resta con i palmi a terra. Non perde il contatto. Le rune sotto le sue dita non si spengono. Wong guarda la scena e, invece di una frase, concede a Eliot un cenno secco — che, per Wong, è praticamente un applauso. Nell’auricolare, la voce di Adrian arriva con un mezzo sorriso che si sente anche senza vederlo: - Non farmi fare brutta figura con gli stregoni - Intanto, anche dal suo lato si sentono suoni di battaglia. [Vesper] Il filamento più sottile si avvita. Cerca Strange non come bersaglio, ma come punto di continuità — come se sapesse che spezzare lui significa spezzare il ritmo del cerchio. Catherine non aspetta che qualcuno le dica “ora”. Le Bande cremisi di Cyttorak non nascono con grazia: vengono strappate fuori. Nastri scarlatti e metallici che schioccano nell’aria come corde tese, alimentati dalla magia che sta tenendo a bada tutto il resto. Catherine le lancia in avanti e le intreccia al volo, senza perfezione, senza tempo. Il filamento impatta contro le bande e per un istante sembra volerle “correggere”, infilarsi tra le maglie, trovare la fessura. Non ci riesce. Le bande si chiudono, serrano, inchiodano quella luce nervosa in una presa che non è solo fisica: è un vincolo. Il filamento si tende come un cavo sotto carico, vibra, prova a scappare, e ogni vibrazione scarica un brivido nelle braccia di Catherine. Ma Strange resta integro, il gesto non si interrompe, l’aria attorno a lui non perde densità. Strange la guarda appena di lato — un solo sguardo, rapido — e quel frammento di attenzione basta a far capire che ha colto. Un riconoscimento. - Ecco. - dice piano, eppure lo sentono tutti. - Teneteli distanti. - E nella mente, come un’interferenza che non passa dagli auricolari, si deposita un’altra parola. Sussurrata: [“Accordo.”] Il cielo sopra di loro pulsa, più vicino. Il verde si assottiglia ancora e per un battito, tra le pieghe dell’aurora, appare un profilo che non è Manhattan. [Nodo] Ma è il terzo filamento quello che cerca la mossa più efficiente: punta Wong. Non per colpire, per agganciarsi al polso — interrompere la continuità del gesto e far saltare il battito del circuito. Nodo lo vede e si muove di taglio dietro la barriera di Siphyrion, un passo corto, controllato, senza invadere lo spazio dell’adepto. Aspetta il momento giusto, quello in cui il filamento prova a scavalcare. E quando lo fa, Matt scatta di mezzo passo. I suoi fili — riflessi appena, linee sottili di luce nell’aria — si chiudono sul filamento come una legatura rapida. Non lo spezza. Gli nega il contatto. È un gesto preciso, chirurgico: abbastanza da interrompere la presa senza regalargli un appiglio su Wong. Per un battito, tutto regge insieme. I tre obelischi pulsano nello stesso istante. Il cerchio smette di sfarfallare e diventa perfettamente regolare: un circuito chiuso, un ritmo trovato. L’aria attorno al tetto si curva appena, come se lo spazio stesse provando a chiudersi in una forma. E l’aurora… risponde. [Tutti] Per un battito, la città… trattiene il fiato. Non è silenzio totale. È come se tutti i suoni di Manhattan finissero in ritardo di mezzo secondo: le sirene lontane cambiano tono e poi si spengono, i clacson diventano un eco senza fonte, i neon tremano tutti insieme come se qualcuno avesse abbassato la corrente. Il cerchio sul tetto del Sanctum pulsa perfetto. E allora il cielo decide. Dal punto trasparente dell’aurora non scende una scheggia. Scende una marea. Filamenti infiniti, sottili e luminosi come fibre ottiche, che si lanciano a capofitto nel vuoto. Cercano la città come un corpo da toccare. Si infrangono sui palazzi con colpi secchi [ tac, tac, tac ] e ogni impatto lascia una riga opaca sul vetro, una crepa di brina sul metallo, un brivido nella pietra. Alcuni si piantano su tetti a caso, altri inseguono punti più “vivi”: centrali elettriche, incroci, antenne. Ma una parte di quell’infinità è chiaramente guidata. Una raffica di filamenti punta il Sanctum. Non per distruggerlo ma agganciarlo. Colpisce cornici, gargoyle, archi, come se stesse cercando un grip sull’edificio intero. Il colpo fa vibrare la pietra sotto i vostri piedi e per un istante sembra che il Sanctum respiri — un gemito profondo nelle fondamenta, un tremore che sale dai muri. [//TUTTI: CD15 Agilità prima dell'azione per non cadere a terra] Wong pianta i piedi e tiene il gesto, mascella serrata. Strange non si volta: resta ancorato alla pietra d’ossidiana come se fosse l’unico punto fermo rimasto. E poi un altro gruppo di filamenti va a cercare il palazzo di Adrian. Nell’auricolare arriva un suono breve, metallico, come un impatto vicino. Statico. Un respiro trattenuto. - …Ragazzi. Proteggete gli Stregoni - La voce di Adrian è bassa, stretta. - Sto bene— - Lo aggiunge per tutti, ma in particolare per Catherine. Sebbene ora ci siano interferenze come se il segnale si sia appena interrotto. Il Sanctum regge. Ma le fondamenta tremano ancora. E nel cielo non c'è più una aurora boreale, ma infiniti filamenti che cercano di aggrapparsi alla Terra intera. Il cerchio sotto i piedi emette un suono basso e pieno, come una nota che finalmente trova la frequenza giusta. I tre obelischi pulsano nello stesso istante e la luce corre nelle rune senza esitazioni, chiudendo il circuito. E il cielo cambia comportamento. I filamenti conficcati nei palazzi smettono di frustare e diventano cavi in trazione: tirano, tutti insieme, come se la città fosse un telo agganciato a cento ganci invisibili. Il Sanctum non crolla — ma le fondamenta gemono e il tetto vibra abbastanza da far scivolare polvere dalle incisioni. Per due secondi, Manhattan non è più una sola: nelle finestre appare uno skyline sbagliato, nel cielo una disposizione di stelle che non coincide, l’aria ha un odore diverso. Non è un portale aperto. È la realtà che prova a scegliere quale versione restare. Wong ringhia, voce spezzata dallo sforzo: - TENETEVI! Adesso! - [CD 16 – Per cercare di non venire trascinati. Usate stat/abilità/poteri che ritenete opportuno nella vostra azione. Chi non supera la CD di Agilità, lanci con Svantaggio]
Nodo: Appena la scheggia viene proiettata fuori dall'altro portale, Matt serra le mani e chiude i due portali con un unico gesto. La voce gli vibra nella testa portando quel sussurro gelido — Allineamento — Vorrebbe avere il tempo di discuterne con gli altri ma dei filamenti hanno già iniziato a tendersi verso il tetto. Matt smette di guardare il cielo e inizia a scansionare con lo sguardo la zona circostante, cercando di capire chi ha più bisogno di protezione, guidato anche dalle parole di Wong. Non può permettersi di pensare a cosa succede se il rito si spezza, deve solo impedire che qualcosa tocchi chi lo sta alimentando. Si muove di lato, un passo breve, ginocchia piegate, peso avanti. Il cappotto si apre quanto basta e le linee ambrate del costume pulsano. Matt intercetta il richiamo di Eliot senza rispondere a voce, gli rivolge solo un cenno d'intesa. La priorità è una sola, non far passare niente. Quando il muro di forza si alza, Matt ci si infila dietro con un movimento corto e controllato, sfruttando quell’ombra artificiale come copertura senza schiacciarsi addosso all’adepto. Si piazza di taglio, un passo arretrato rispetto al bordo della barriera, così da vedere sia la linea del cerchio inciso sia i tentacoli di aurora che scendono dal cielo. Il cappotto gli frusta appena le gambe, le linee ambrate della tuta pulsano più vive ogni volta che un filamento cambia traiettoria, come se il costume stesse leggendo la tensione nell’aria. Dietro il muro, non spreca energia, si prepara a compiere movimenti essenziali, aspettando il momento in cui un filamento prova a scavalcare o aggirare la barriera. E quando lo vede piegarsi verso Wong, Matt scatta di mezzo passo, mano già alzata, pronto a legarlo con i suoi fili, visibili tramite brevi riflessi di luce nell'aria, per negargli il contatto con lo stregone. Nodo tira su Ego: 16
Vesper: Isola qualsiasi cosa non sia necessaria, mentre le braccia tremano e le gambe vengon divaricate di più per sostenere quel peso, che non è invisibile, ma riecheggia dentro come un canto funebre, voltandosi per seguire quel sussurro, come per capire da quale direzione provenga- Hai sentito qualcosa anche tu? -chiede ad Eliot, mentre ogni parola è detta come se avesse corso. La bolla esplode, assorbe l'attacco e lei fa un respiro denso, osservando il punto dove si trova Adrina o presume ci sia lui- Ci provo...fai lo stesso -ha la voce affannata, ma priva di sfumature, lo sguardo che cerca Eliot e Matt, ma il cuore non ha mai smesso di martellarle nel petto, mentre nota i cambiamenti, l'avviarsi del rituale. Ogni cosa par seguirsi con lentezza, come se ogni frammento si stesse incastrando nella sua mente, fin quando non riceve la direttiva, scatta, corre verso- Io, Strange! -lo urla per sovrastare tutto, mentre le mani si protendono, le bande non hanno il tempo di uscire con eleganza, le spara fuori come se fosse nastri tirati e non generati con eleganza- Gioco di fantasia - lei che è l'essere più lontano dall'emisfero immaginario, CERCA di intrecciare le maglie di quelle bande, per frapporsi e bloccare quel raggio ed evitare che colpisca Strange al braccio Catherine Beaufort tira su Ego: 15
Siphyrion: Le mani di Eliot si piegano cercando di dare una inclinazione a quel suo flusso di energia riuscendo inizialmente a far solo vibrare quella strana lamina, ma poi con un sorriso celato dall'elmo, quell'essenza si stacca prima di riuscire a fare danno. - E' ancora tutta intera vero? E' sporca, ma funzionerà, non è così? - Chiederebbe voltando quindi lo sguardo in direzione di Wong e Strange. Non se ne intende di queste cose ma spera di essere quantomeno riuscito a limitare i danni. Sente quindi quella voce nella sua mente, quella parola: "Correzione". - Cosa? - Chiederebbe portando la mano destra sul fianco dell'elmo, abbassando appena il capo come a voler migliorare la ricezione. - Sei tu Adrian? Hai detto qualcosa? - Chiede quindi all'amico, pensando che quella voce altro non sia che un disturbo di segnale nella loro trasmittente. Prima di sentire la risposta però, lo sguardo verrebbe portato verso il cielo vedendo quei filamenti della stessa aurora prendere vita, allungandosi per cercare di fermare gli stregoni mentre tentano di concludere quel rituale. Quello che occorre fare è ben chiaro prima che giunga l'ordine diretto. - Cat. Matt! - Richiama quindi l'attenzione dei due compagni, fidandosi del fatto che comprendano cosa intende dire loro. Le mani verrebbero portate in alto mentre tenterebbe di condensare quell'energia che ancora gli scorre nelle braccia. Un muro di pura forza traslucida del [diametro di 2 metri] verrebbe generato a protezione propria e di uno degli adepti alle sue spalle, il più vicino alla propria posizione, cercando quindi di proteggerlo dal colpo in arrivo per evitare che il suo lavoro venga interrotto. Siphyrion tira su Agilità: 15
[Siphyrion] La voce ironica dell'ingegnere risuona con una mezza risata. - Preferivi la Divisione Zero? Prenditi un numero, allora. E NON URLARE! - La Spinta elementale non arriva come un colpo “fisico”, ma come un cambio di pressione. L’aria sul tetto si addensa per un istante, poi si apre in un soffio guidato — e la Scheggia, incollata all’obelisco, reagisce come una lamina viva sorpresa da una corrente troppo pulita per poterla “afferrare”. All’inizio resiste: resta attaccata alla pietra con un tremito sottile, mordendo ancora un mezzo battito di glifo. Il bordo dell’incisione si opacizza appena, come fuliggine. Poi il vento di Eliot trova il punto giusto, la scolla. La Scheggia si stacca di colpo con un suono secco, quasi un cristallo che si libera da un magnete, e viene spinta via dall’obelisco in una traiettoria obliqua. E proprio nel momento in cui la Scheggia si allontana, nella tua mente passa un sussurro gelido, breve: [“Correzione.”] [Vesper] La Scheggia arriva come un taglio obliquo, rapido, senza peso — e per un attimo l’aria sembra aprirsi davanti a lei come una pagina strappata. Lo Scudo dei Serafini si gonfia di colpo: una cupola corta, densa, dai riflessi rossastri e metallici che vibrano come se fossero fatti di lamine sovrapposte. Quando la Scheggia impatta, non “esplode”: striscia sulla superficie, lasciando una scia iridescente che tenta di agganciarsi. Lo scudo tiene. L’urto si scarica in una vibrazione che le corre lungo le braccia e le spalle, ma l’energia resta fuori. La Scheggia viene deviata di lato e rimbalza via con un suono secco, quasi cristallino. Nel silenzio che segue — un mezzo battito, nient’altro — un sussurro gelido si deposita nella mente: [“Equilibrio.”] Poi il verde del cielo riprende a premere. Nell’auricolare, la voce di Adrian arriva subito, tesa ma presente: - Ci sono. Drone perso, io no. Cath… Resta viva. - [Nodo] d’aria che porta con sé tenta di trascinare tutto verso il bordo. E poi, davanti a Matt, lo spazio cambia. Le linee ambrate si accendono e si dispongono in una geometria precisa. Quando la Scheggia ci entra, non fa rumore: sembra inghiottita da una fessura che si richiude subito dietro di lei. La Scheggia riappare come una lama impazzita e viene sparata verso l’alto, dove non trova niente da mordere. Per un istante la vedete impennarsi nel verde dell’aurora… e poi dissolversi, come se fosse stata “riassorbita” dalla stessa distorsione che l’ha partorita. Anche nella tua testa, riecheggia una voce, un sussurro gelido ["Allineamento"] Ma poi il gracchiare dell'auricolare riporta la voce bassa di Adrian: - Bella deviazione. Ho solo il drone basso. Posso portarlo vicino per darti un paio di secondi di occhi… ma lo perdo se entra in quella zona. - [Tutti] L’aurora pulsa più bassa, come una tenda che qualcuno sta tirando giù sopra New York. Sul tetto del Sanctum, il cerchio inciso nella pietra smette di essere “disegno” e diventa funzione: le rune si accendono a ondate, non tutte insieme, ma come un circuito che prova a trovare un ritmo comune. I tre obelischi ai vertici rispondono per primi — un bagliore breve, poi un altro — e ogni volta che la luce li attraversa, l’aria attorno si tende, densa, come se la gravità avesse deciso di ascoltare. Wong dà un ordine secco agli adepti. Due di loro si inginocchiano ai lati del cerchio e appoggiano i palmi al suolo inciso. Le candele a luce immobile tremano senza fiamma, come se fossero scosse da un vento che non tocca la pelle. Il fumo dei bracieri, resina e ferro, si alza in colonne dritte per mezzo secondo… poi viene “piegato” lateralmente da qualcosa di invisibile, come se l’aria avesse un’unica direzione possibile. Strange resta un passo indietro dal basamento centrale, occhi fissi sulla pietra d’ossidiana. La sua voce non alza il volume, alza il peso. - Ora. - dice soltanto, e quel comando sembra incastrarsi nelle incisioni del pavimento. Il rito parte davvero in quel momento. Il cerchio emette un suono basso, quasi impercettibile, più vicino a una vibrazione nello sterno che a un rumore. La pietra centrale si illumina dall’interno con un riflesso oleoso, come acqua nera attraversata da luce verde. E il cielo, sopra di loro, reagisce. I filamenti dell’aurora si tendono verso il tetto come nervi scoperti. Non scendono tutti insieme: uno alla volta, provando traiettorie, come dita che cercano un punto da afferrare. Il rombo dal cerchio non svanisce: cambia tonalità, diventa un suono continuo, come un motore che sta trovando il regime giusto. I tre obelischi pulsano nello stesso battito e per un istante il verde dell’aurora si assottiglia, quasi trasparente, come se il cielo stesse trattenendo il fiato. Poi i filamenti si muovono. Si tendono come nervi scoperti e, uno dopo l’altro, cercano i punti più “attivi” del rito: i palmi degli adepti posati sulle rune, la postura rigida di Wong che tiene la linea, l’aria attorno a Strange che sembra più densa del resto. Un filamento colpisce come una frusta di luce e gelo, puntando la gola di un adepto inginocchiato al cerchio. Un altro tenta di agganciarsi al braccio di Wong, per interrompere il gesto, far saltare il battito del circuito. Un terzo — più sottile, quasi invisibile — si avvita verso Strange, come se riconoscesse la pietra d’ossidiana al centro e volesse arrivarci passando attraverso lui. Gli adepti non urlano: serrano i denti. Il fumo dei bracieri viene tirato lateralmente, come risucchiato verso i filamenti, e le candele a luce immobile tremano tutte insieme. Wong ringhia una sola parola, rivolta a voi più che a loro: - Non lasciateli toccare noi. Se interrompono il canto… il cerchio si spezza. - [CD 15 se intervenite per proteggere uno stregone/adepto ]
Nodo: Nodo sente il "CRACK" prima con lo stomaco che con le orecchie. Vedendo le schegge dividersi e cambiare direzione, Matt scatta per schivare quella che si dirige vicino a lui, segue con lo sguardo la traiettoria “bassa e sporca” fino all'impatto con la ringhiera, pianta gli stivali e ruota il busto verso il bordo, abbassando il baricentro. Non prova a prenderla, non è materia, inspira a fondo l’aria secca del tetto, sentendo il rituale sotto i piedi come un reticolo teso. La mano guantata si alza di scatto, il cappotto si apra un istante, con le linee ambrate del costume che si accendono, due dita che “disegnano” un cerchio nell'aria, poi con un altro gesto secco sembrano tagliarlo. Una serie di linee iniziano ad illuminarsi nella nello spazio tra lui e la scheggia, formano prima una rete, poi si dispongono a cerchio formando un portale per intercettare la scheggia. L’altro portale si apre un istante dopo, più lontano, sopra la piazza, alto e orientato verso il cielo, così che l’uscita non punti nessuno. - Vai. - dice come sussurro più che una parola, e coincide col gesto, Nodo “tira” il portale di ingresso di qualche centimetro, quanto basta a intercettare la linea di volo cercando di far entrare la scheggia, per poi farla riapparire dall’altra parte come una lama impazzita, sparata verso l’alto. Un’onda di spinta causata dalla scheggia quasi lo sbilancia e si scarica nel vuoto, strappando un colpo d’aria fredda. Nodo resta in posizione, una mano ancora sospesa a reggere la geometria del varco, l’altra che scatta verso l’auricolare. - Provo a deviare la mia. Com'è la situazione dall'alto Adrian? -
Vesper: Lei è vestita di nero, con gli abiti di Vesper, pantaloni in pelle neri, maglia aderente ed infine quegli stivali al polpaccio che tengono ferme le caviglie e con una suola robusta atta a muoversi senza rischiare di scivolare. I capelli rossi nascosti sotto il cappuccio, il viso pallido in parte coperto dalla maschera, gli occhioni verdi enormi e lo zaino sulle spalle, quello che contiene il necessario per sopravvivere, come se fosse un ultimo augurio prima della fine. Ha guanti a mezze dita, il portamento rigido di chi sta sostenendo il mondo, quando il battito frenetico sta dettando già la resa alla paura. Osserva, valuta, registra, una macchina che non manifesta alcuna emozione, fin quando Adrina parla e lei sposta lo sguardo dove si trova, un movimento quasi meccanico, mentre l'auricolare si nota sull'orecchio destro- Ricevuto -il tono è infuso di niente, non trema, non si sospende, par velato dal ghiaccio che le guance pallide e la posa mostra, soprattutto quando sente il commento di Siphyrion. Ogni parola la conduce a spostare lo sguardo verso i punti di interesse, mormorando per registrare meglio e poi...il caos. Un momento in cui guarda in alto, posizione che mantiene e nota l'attacco- Matt, Eliot? -li guarda, vuole registrare la loro posizione, eppure quando il drone viene tagliato lei fa un brusco respiro, qualcosa che si blocca per qualche secondo, prima che deglutisca e stringa le mani, un gesto quasi automatico- Adrian? - chiede per accertarsi che tutti siano interi, eppure qualcosa le fa sollevare il viso, un gesto immediato, un momento che dura secondi mentre solleva le mani dinanzi a lei piegando le gambe, divaricandole appena, mentre la magia inizia a gonfiarsi come una bolla dinanzi a lei, qualcosa che ha i colori rossastri e metallici di un potere che agisce ed obbedisce ad una mente che sta isolando ogni aspetto emotivo, per bloccare l'attacco della scheggia e difendersi.
Siphyrion: L'aria ha una carica spettarle, e non tanto per quell'aurora boreale che illumina i cieli di Manhattan, così troppo a sud rispetto al normale. E neanche all'idea che una realtà alternativa stia collidendo con la propria. Lo sguardo di Eliot, celato dietro la maschera di Simphyrion, osserva con confuso interesse le figura dei due stregoni, Wong e Strange. Non è ben chiaro al mutante quale debba essere il suo ruolo in tutto questo, si limita quindi ad annuire, spostando quindi lo sguardo verso gli altri due stregoni in loco, Anbrat e Catherine. - Ricevuto. - Risponde quindi al messaggio di Adrian, appollaiato da qualche parte sui tetti. La voce del mutante risuona più grave e metallica, filtrata dall'elmo che lo stesso tecnico gli ha forgiato. - Dovevo venire con te... - Commenta quindi a bassa voce, tornando ad osservare ora il cielo mentre ascolta con attenzione le parole dei due protettori del Sanctum. Poi tutto ha inizio. La frattura, quelle schegge impazzite che penetrano nel loro mondo focalizzandosi sugli elementi di quel rituale. - Dannazione... E ora!? - Chiederebbe visibilmente confuso mentre una di quelle schegge gli ronza a poca distanza, incollandosi alla pietra dell'obelisco, così come gli grida anche nelle orecchie l'amico. - SI LA VEDO!! - Risponde quindi d'istinto, il cuore che gli rimbalza in gola dall'agitazione per gli eventi così bizzarri e repentini. - Giuro che preferivo vedermela con la Divisione Zero. - Aggiunge andando a distendere le mani in avanti, il lungo cappotto bianco a forma di camice medico che sventola leggermente alle sue spalle seguendo quel movimento. L'energia fluirebbe nelle sue braccia e verrebbe rilasciata dai palmi guantati delle proprie mani, spingendola fuori con moderata aggressività nel tentativo di staccare quell'essenza dalla pietra. Non userebbe la piena forza di quel getto per evitare di danneggiare la struttura, cercherebbe più di dosarla come una sorta di "vento" per far perdere aderenza a qualunque cosa sia penetrata in questo mondo. [Spinta elementale - - Scheggia] Siphyrion tira su Ego: 14
L’aurora è lì da troppo, stanotte. Non come spettacolo, ma come un velo tirato sopra Manhattan con ostinazione: striature azzurre e verdi che non dovrebbero esistere in quel cielo. Dal tetto del Sanctum sembra più vicina di quanto sia possibile. Non “in alto”, ma a contatto: nebbia luminosa che sfrega contro pietra e metallo, come se il cielo stesse cercando un punto d’appoggio sulla città. Sul terrazzo non ci sono solo gli Stregoni. Wong è in prima linea. Poco più indietro, a controllare ogni cosa con l’aria di chi sta tenendo insieme il mondo con un filo troppo sottile, c’è Stephen Strange. Con loro, una manciata di altri Stregoni: due alimentano candele rituali che non producono fiamma ma una luce immobile; altri reggono bracieri bassi da cui sale un fumo pallido, odoroso di resina e ferro. E poi ci siete voi. Eliot, Matt, Catherine. E, anche se non lo vedete sul tetto, la presenza di Adrian è lì lo stesso: un fruscio breve nell’auricolare, un click di connessione, il tono controllato di chi sta guardando da un’altra angolazione. - Sono su un tetto a nord-ovest. Ho linea visiva sul Sanctum e sul… fenomeno. - La parola fenomeno suona volutamente neutra. - Ho due droni in aria. Uno alto, uno basso. Datemi riferimenti se vi serve luce o occhi. - Wong fa un cenno secco verso il pavimento del tetto. C’è un diagramma inciso nella pietra, largo diversi metri. Linee sottili, rune concentriche, tre punte marcate come i vertici di un triangolo. A ogni vertice sorge un obelisco di pietra alto quanto un avambraccio, i glifi che si accendono e si spengono al ritmo dell’aurora. Al centro, su un basamento basso, riposa una pietra d’ossidiana incisa, lucida come acqua nera. Strange parla senza alzare la voce, eppure lo sentite. - Quello sopra New York non è un fenomeno atmosferico. È una distorsione tra i mondi. - Si interrompe un attimo, come se scegliere le parole fosse già una concessione. - Negli ultimi giorni è diventata… più stabile. E questo è un problema. - Wong, più pratico, indica le tre punte del diagramma. - Questo è il Rituale dell’Equilibrio. Distribuisce l’energia della distorsione e le impedisce di agganciarsi alla città. I tre nodi sono i punti di tenuta. Se uno cede, il circuito perde stabilità. Se ne cedono due… iniziano a entrare cose che non vogliamo. Se ne cedono tre, il Sanctum perde la messa a terra e la scarica va fuori. - Fuori significa Manhattan. Strange alza lo sguardo. Tra le pieghe luminose dell’aurora c’è un punto che non segue il resto: un’area più scura, come un pixel morto nel firmamento. Una ferita che non si decide a chiudersi. - Da lì arriveranno gli effetti collaterali - dice Strange. Come se l’avesse chiamato, il cielo si spezza. Un [CRACK] secco, come ghiaccio che cede. Un filamento dell’aurora si strappa e precipita. A mezzo metro dal tetto cambia natura: si ripiega su se stesso, diventa una forma sottile e appuntita, un origami di luce e vetro. Atterra senza peso. Poi aggancia una linea del cerchio e la morde. Dove tocca, la runa si opacizza, come vetro annerito. Un secondo filamento cade. Poi un terzo. In pochi respiri ce ne sono troppe per ignorarle: schegge che sanno esattamente dove andare. Il drone “alto” di Adrian — un puntino con luci smorzate — scende appena per mettere a fuoco la ferita nel cielo. - Che sta succedendo… - inizia a dire nell’auricolare. Una Scheggia cambia traiettoria a metà volo e prende di taglio il drone. Le luci fanno un flash e poi si spengono. Il ronzio muore. Il corpo metallico precipita, muto, e rimbalza sul tetto senza scintille. Wong non distoglie neppure lo sguardo dal cerchio. E allora l’attacco si divide, netto, come se qualcuno avesse assegnato priorità. [Scheggia - - Catherine] Una Scheggia cambia direzione a metà corsa e piomba su Catherine con un taglio obliquo, a distanza ravvicinata, puntando la zona di spazio immediatamente davanti a lei. [Scheggia - - Matt] Un’altra arriva bassa e veloce, puntando Matt con una traiettoria che passa vicino al bordo del tetto: colpisce anche la ringhiera e il terreno, creando una spinta sporca che tenta di sbilanciare e portare verso il vuoto. [Scheggia - - Eliot] La terza ignora i corpi e va dritta al nodo più vicino a Eliot: si attacca alla pietra dell’obelisco e inizia a mordere la linea incisa. L’obelisco pulsa e una porzione di glifo tende a opacizzarsi. [CD 14 - Se volete solo schivare/bloccare, tirate prima dell’azione Agilità (schivata) oppure Resilienza (blocco/tenuta posizione). Se passate, evitate l’impatto e poi scrivete l’azione. Se invece rispondete usando un potere/abilità, includete il tiro dentro l’azione, insieme al lancio del potere.] - Caz… la pietra! - La voce di Adrian esplode nell’auricolare, concitata. Uno dei filamenti strappati dall’aurora si sta protendendo lungo il cerchio, come un dito luminoso, puntando dritto al basamento centrale. Il verde nel cielo si fa più intenso — più vicino — come se qualcosa stesse imparando la strada.